Nessuna truffa ai danni dello Stato, assolti padre e figlio ex imprenditori

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Sassari Avevano scelto di essere processati con il rito ordinario, sicuri di poter dimostrare in dibattimento la propria innocenza. E hanno raggiunto l’obiettivo i due ex imprenditori portotorresi Antonio (noto Tonino) e Gianluca Tanda, padre e figlio finiti a giudizio con l’accusa di truffa ai danni dello Stato. Difesi dall’avvocato Liliana Pintus sono stati assolti dalla giudice Claudia Sechi “perché il fatto non costituisce reato”.

Due nomi molto conosciuti a Porto Torres, due persone stimate che nel 2017 erano state protagoniste di un importante tentativo di riscatto. Una sfida imprenditoriale, quella della Turris Sleeve, che per la prima volta in Italia vedeva coinvolti gli stessi operai: da cassintegrati avevano scelto di credere nel rilancio dell’azienda per la quale lavoravano rinunciando alla liquidazione e ad altre indennità.

L’idea era quella di mettere in piedi un impianto per produrre un film termoretraibile “sleeve”, molto interessante sotto il profilo commerciale. Una sorta di involucro che – adattandosi ai contenitori di qualsiasi forma – avrebbe avvolto le confezioni di acqua, alimenti vari e cosmetici, e sul quale sarebbero stati stampati i loghi e la pubblicità del prodotto.

Così erano nate Isolex e Turris Sleeve, dentro il Petrolchimico di Porto Torres. All’inaugurazione, otto anni fa, erano arrivati anche l’allora ministro del Lavoro Giuliano Poletti e il presidente della Regione Francesco Pigliaru. Ma due anni dopo, nel 2019, un’indagine della guardia di finanza aveva spazzato via ogni velleità e ogni entusiasmo. Per le fiamme gialle nell’operazione Turris Sleeve era ravvisabile una presunta truffa ai danni del ministero dello Sviluppo economico, con un danno erariale di oltre 2 milioni di euro.

Quattro persone finirono sotto la lente di ingrandimento della Procura, tra cui due dei protagonisti di quel progetto innovativo: Tonino Tanda, ex amministratore comunale molto noto nel territorio, e suo figlio Gianluca (anche lui imprenditore) ed ex consigliere comunale del Partito democratico. Gli altri due indagati, e poi imputati, (due periti) sono già stati assolti sia dal gup Antonello Spano (in abbreviato) sia dalla corte d’appello, con sentenza diventata definitiva.

Secondo la Finanza, la cooperativa formata dai lavoratori per avviare l’attività innovativa, aveva ottenuto dal ministero dello Sviluppo economico un finanziamento a fondo perduto per acquistare un capannone industriale e un impianto: valore 400mila euro. Il leasing, invece, era stato garantito dalla Sfirs (la finanziaria regionale) con fondi che gravavano sul Fondo europeo di sviluppo regionale per un milione e 743 mila euro. Dagli accertamenti successivi sarebbe emerso che l’impianto non era in grado di funzionare e di produrre sleeve commercializzabile in quanto differente da quello presentato in progetto.

Gli ispettori del Ministero e la stessa società di leasing – secondo gli investigatori – sarebbero stati tratti in inganno con false perizie. Ma la realtà era un’altra e l’avvocato Liliana Pintus l’ha fatta emergere in dibattimento. Gli imputati, fidandosi di tecnici e presunti esperti del settore, avevano tentato di mettere in piedi un’iniziativa imprenditoriale che aveva avuto l’avallo del sistema finanziario nazionale che evidentemente aveva valutato positivamente l’impresa destinata a rilanciare l’industria nella zona di Porto Torres. Recuperando anche i lavoratori espulsi dal circolo produttivo della chimica.

Ma a causa di un errore originario in fase di progettazione, l’impianto non era idoneo a produrre il materiale innovativo previsto. Furono quindi necessari ulteriori interventi e investimenti – con risorse della Turris Sleeve – che nel mentre faceva fronte anche al pagamento degli stipendi dei lavoratori (9) e dei canoni di leasing.

Le risorse a un certo punto finiscono e si arriva al 2018: l’impianto non decolla e necessita di interventi importanti per entrare in produzione. Poi l’indagine, la denuncia per truffa e la segnalazione alla Procura regionale della Corte dei conti per un danno erariale di 2,1 milioni di euro.

Il processo penale ha dimostrato che gli imputati non ebbero responsabilità né, soprattutto, commisero alcuna truffa ai danni dello Stato.



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